Centri commerciali e ipermercati: raccontiamoci una storia…

Tanto e tanto tempo fa, precisamente il 7 dicembre 2012, si incontrarono un’associazione datoriale, tale Anasfim (allora si chiamavano ‘padroni’, ora non so) e due organizzazioni sindacali (nello specifico Fisascat-CISL e Uiltucs-UIL, a cui il senatore a vita Monti non riteneva opportuno mettere il silenziatore) e insieme decisero di sottoscrivere un accordo per migliorare le condizioni di vita di un particolare gruppo di lavoratori: le donne e gli uomini che tutti i giorni nei supermercati, centri commerciali ed ipermercati, fanno le dimostrazioni di un determinato prodotto (o ne curano l’esposizione e la vendita) senza essere dipendenti dell’esercizio commerciale in cui svolgono l’attività.
Questa associazione datoriale prima era stata ‘fidanzata’ con un altro sindacato, che si chiamava Confsal, che però aveva lasciato il 31 dicembre 2012 in quanto non attento alle di lei esigenze… Con Fisascat-CISL e Uiltucs-UIL fu subito amore e decisero insieme che il loro accordo sarebbe durato fino al 2018: chissà come ci sarebbe rimasta male la Filcams-CGIL con la quale avevano litigato a lungo per la durata degli accordi e a cui avevano detto nel tempi passati che “bisognava modernizzarsi”, che non si poteva stare legati a lungo e che tre anni (3) sarebbero stati un tempo giusto per stare assieme…
Fu un giorno di letizia e tripudio per tutti, meno che per la Filcams-CGIL, che non era stata invitata ed era considerata la “principessa sul pisello” dato che  in molti accordi si era accorta subito di qualcosa di sbagliato sotto la superficie. In questo caso però non si trattava di piselli ma di grossi macigni. La Filcams-CGIL provò a capire quale fosse l’incantesimo usato per convincere i lavoratori che quello era il loro bene ma non ne venne a capo…
In modo particolare non si dava pace sul fatto che per “stabilizzare” questi lavoratori li si inquadrasse al 7° livello del commercio con una prestazione minima di 12 ore settimanali con le clausole elastiche e flessibili obbligatorie. E che sarebbe stato necessario aspettare il 2015 per discutere di eventuali passaggi di qualifica e che,  sempre dal 2015, si sarebbero potute prevedere eventuali adeguamenti retributivi… però, intendiamoci, non quelli da contratto nazionale ma una piccola percentuale degli stessi…
Che dire, inoltre, della 14° mensilità maturata a partire dal 2015 (che sia un numero magico?) ma solo il 25% (un quarto della quota intera): eh sì, perché tanti soldi possono dare alla testa… quindi per far mantenere a questi lavoratori uno stile di vita sobrio e austero ogni tre anni maturerà un altro 25%. Insomma,  se tutto andrà bene, questo bel settore di lavoratrici e lavoratori avrà la possibilità di maturare tutta la quattordicesima mensilità entro l’anno 2024… nel frattempo potranno esercitarsi a fare i poveri con il reddito al di sotto dell’assegno sociale…
Un’altra cosa bellissima era la possibilità di licenziare le persone dimezzando i tempi della procedura ‘223’; l’unico criterio per l’applicazione della legge sarebbe stato quello dell’esigenza tecnico-organizzativa aziendale (ad esempio: io faccio la ‘promoter’ per l’azienda YY che non rinnova il contratto a fine anno; anziché essere impiegata su altre aziende con i contratti commerciali attivi posso essere licenziata).
Se la storia fosse a lieto fine arriverebbe un principe azzurro, una fata o una strega buona a sciogliere l’incantesimo, tutti si risveglierebbero con la sensazione di aver dormito male e di aver fatto un brutto sogno. Invece è tutto vero: un accordo del genere è stato sottoscritto e i suoi punti qualificanti sono le deroghe a: minimi retributivi; mansioni e gli inquadramenti; orari; flessibilità del lavoro; gli art. 4 e 24 della legge 223/91 (licenziamenti collettivi).
Viviamo in tempi e  luoghi in cui la realtà supera abbondantemente la fantasia, e noi che siamo inguaribili sognatori esistiamo da molti anni spinti dalla voglia di  cambiare la realtà… quindi buon anno a tutti noi, ne abbiamo davvero bisogno…


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