Mc Donald's, come sopravvivere a una multinazionale - di Frida Nacinovich

Sulla emme più famosa del mondo hanno fatto anche un film. E’ uscito a gennaio anche in Italia. Il protagonista è un attore di grande bravura, Micael Keaton, nei panni dell’uomo che ha ‘inventato’ il panino griffato più celebre del pianeta. McDonald’s. Chi più chi meno tutti ne abbiamo assaggiato uno, magari con le patatine fritte, senza pensare troppo a chi cuoce e ci serve il big mac, il cheeseburger, e tutto il resto del menù.

Se esiste una multinazionale, McDonald’s lo è. Al pari della Coca Cola. L’esercito dell’hamburger è una sorta di Quarto Stato, con milioni di addetti in tutto il mondo. Spesso e volentieri giovanissimi, spesso e volentieri studenti-lavoratori, e tanti tanti immigrati. Succede perché il lavoro è quasi sempre part-time, la paga è bassa, e il turn-over elevato.

Giuseppe Augello fa eccezione, ha iniziato a lavorare per la grande emme nel 2008 e ci lavora ancora oggi. Sta resistendo da quasi dieci anni, un piccolo record in un’azienda che non fa solo fast food ma anche fast work. “Mi pagano circa 750 euro al mese, me le faccio bastare. E non ho mai rinunciato a protestare quando era il caso, e anche a scioperare». Augello, delegato sindacale di McDonald’s, è anche lui un personaggio da film. A parlarci capisci che ha coraggio da vendere, ed è sempre pronto a difendere i colleghi di lavoro che cuociono carne, friggono pesce, pollo e patatine, spillano coca e birra, battono scontrini ai quattro angoli del pianeta.

Augello è Rsa Filcams Cgil da quando ha cominciato a lavorare per la multinazionale del panino. McDonald’s ha cercato di liberarsi di un addetto ‘scomodo’ come lui, ma non ci è riuscita. “Prima mi hanno mandato a Bergamo, poi in due locali destinati alla chiusura, nel cimitero degli elefanti. Con quelli che vogliono mandar via fanno così”. Augello ha citato l’azienda davanti al giudice, per contestare un apprendistato lungo tre anni ma senza formazione. “Uno dei tanti escamotage per pagare meno gli addetti”. McDonald’s ha dovuto accettare la conciliazione, assumerlo a tempo indeterminato, e pagargli tutti gli arretrati.

Cappellino e uniforme di ordinanza, i ragazzi della grande emme sono stati fra i più flagellati dalla tempesta dei voucher. Sono finiti anche in televisione. Augello la vede così: “Mc Donald’s a modo suo è un’azienda dinamica, cambia continuamente strategie e modi di sfruttare il personale”. Il risultato è presto detto: trenta ore di lavoro settimanale, diviso tra cassa, cucina e all’occorrenza a fare le pulizie della sala, ricompensate con i voucher - i buoni dell’Inps con cui si pagano i lavoratori a chiamata, 7,5 euro netti all’ora. Con nessun diritto a ferie, permessi, trattamento di fine rapporto.

“Su questa brutta storia dei voucher - racconta ancora Augello - dopo lo scandalo andato in tv si sono dati una regolata. Ma lo sfruttamento resta. Al momento dell’assunzione fanno firmare clausole di flessibilità che permettono all’azienda di cambiare i turni a suo piacimento. Insomma, un lavoratore di McDonald’s deve aspettare che escano i turni anche solo per organizzare una cena con gli amici”.

In alcuni punti vendita è stato sperimentato il franchising: con la cessione di ramo di azienda sono passati alla gestione di piccoli imprenditori privati.
Va da sé che l’industria del panino con la grande emme continua ad andare a gonfie vele. “L’azienda invece piange miseria, con gesti anche di cattivo gusto come quello di eliminare il tradizionale regalo di un panettone a Natale”. Grazie ai contratti di apprendistato l’azienda ha guadagnato parecchio. “L’età media dei lavoratori - spiega Augello - è piuttosto bassa, dai venti ai trent’anni. I pochi ‘anziani’ esistono grazie alle battaglie del sindacato. Qui a Milano, dove lavoro, i punti vendita sono una trentina. Io sono impiegato alla Galleria Fontana, ex Vittorio Emanuele”.

Augello potrebbe scrivere un manuale di sopravvivenza all’interno di una multinazionale come McDonald’s. “Un altro esempio della poca chiarezza dell’azienda riguarda le norme di sicurezza. Troppa poca formazione per un lavoro piuttosto complesso, che va dalle friggitrici allo scarico delle merci. E anche i tempi di lavoro sono asfissianti: i neo assunti sono costretti a tenere ritmi folli, quasi fossero pagati a cottimo. Molti dopo qualche settimana piantano il lavoro perché non ce la fanno”. Questo è il lato oscuro del panino più famoso del mondo.

Augello è fiero delle battaglie fatte contro trasferimenti e licenziamenti di lavoratori ‘scomodi’, delle assemblee organizzate di domenica, nonostante il divieto dell’azienda. “L’ho presa come una battaglia personale - dice con malcelata soddisfazione - mi hanno fatto scaricare camion, pulire bagni, trasferito a Bergamo. Grazie al tribunale di Milano e alla Filcams Cgil ne sono uscito vittorioso”.

[Questo articolo, con identico titolo, è stato pubblicato sul numero 1 del 2017 di “sinistra sindacale” periodico di Lavoro Società, sinistra sindacale confederale]


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