"Rossi ed Esperti"

“Rossi ed Esperti”

Rimini, 23 novembre 2017 - Relazione introduttiva di
Andrea Montagni, coordinatore nazionale Lavoro Società in Filcams Cgil


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Care compagne e cari compagni, grazie prima di tutto per aver raccolto l’invito a partecipare a questo seminario. Vi attendono, nell’arco dei 3 giorni, due giornate piene di lavoro e di discussioni (mi auguro). Spero anche che sia occasione di scambio di esperienze, di dialogo, di relazione nei momenti di pausa. Anche questo serve a rafforzare un collettivo e la sua coesione.

Sono presenti compagne e compagni del Piemonte, della Lombardia, del Veneto, della Toscana, del Lazio, della Campania e della Puglia. Tutti hanno fatto uno sforzo per essere presenti.

L’auspicio è che queste presenze costituiscano la base di partenza di una nuova fase della nostra azione sindacale.


Bruno Rastelli, un esempio militante

Il titolo che abbiamo scelto per il nostro seminario sintetizza una concezione della militanza sindacale. e una indicazione di un percorso formativo che devono portare un lavoratore, una lavoratrice a diventare punto di riferimento per i suoi compagni di lavoro, un organizzatore, un dirigente sindacale.
Abbiamo bisogno di persone che sperimentino sulla propria pelle le contraddizioni del lavoro, che sentano la necessità di reagire alle angherie e ai soprusi, che siano determinate a difendere e rivendicare i loro diritti e la loro dignità di lavoratori e che con la lotta socializzino questa loro determinazione; abbiamo bisogno di militanti che s’impegnino attraverso l’iscrizione e il coinvolgimento diretto nella vita sindacale per far vivere il sindacato tra i lavoratori e per portare il punto di vista dei lavoratori dentro le strutture sindacali, nelle sedi, nelle riunioni, nel momento di prendere le decisioni; abbiamo bisogno che questi militanti siamo preparati sul piano culturale, politico e sindacale, perché l’esperienza è fondamentale, ma deve essere accompagnata da senso critico e consapevolezza. Le generazioni di militanti passano, le condizioni dell’agire sono diverse e contestuali alla fase, ma il senso profondo dell’essere un militante consapevole del movimento operaio resta: è l’unica cura che abbiamo contro i processi di involuzione burocratica, del pressapochismo, del prevalere del tran-tran quotidiano in quello che facciamo nei posti di lavoro e nelle strutture sindacali.
La battaglia delle idee, il confronto di merito, il mantenere sempre come bussola d’orientamento la difesa dei diritti dei lavoratori, perseguire la loro unità e legare l’attività quotidiana alla prospettiva della trasformazione sociale, questo è il “modus operandi” di un sindacalista quale noi vorremmo essere!
La scelta di dedicare queste nostre giornate alla memoria di Bruno Rastelli, militante comunista italiano, delegato, anzi “capo” dei delegati, della CGT e dirigente sindacale della FILCAMS CGIL, nel rendere doveroso omaggio ad un pezzo della nostra storia, ad una brava e degna persona, dà perfettamente il senso di quello che intendiamo con queste parole. E Bruno era una persona “normale”, come tutti noi, con i suoi pregi e i suoi difetti, ma aveva nel cuore e nella testa la determinazione che deriva dall’aver frequentato con il massimo profitto una buona scuola, quella della lotta di classe e dello studio formativo, animato da una instancabile curiosità intellettuale.

Con questa premessa, porterete pazienza se la mia relazione partirà da lontano e correrò il rischio di essere a tratti pedante.


Un modello competitivo che distrugge la solidarietà

Viviamo in un momento difficile. Tutti avvertiamo una crescente incertezza. Quando si parla di “disagio sociale” si racchiude in una parola un insieme di condizioni dell’esistenza materiale e spirituale, di comportamenti, sensazioni che coinvolgono tutti in una società sempre più magmatica, priva di riferimenti certi, nelle relazioni sociali, sul lavoro, per la sicurezza, per la salute, comportamenti che spalancano la porta a fenomeni sempre presenti nel contesto sociale che da marginali diventato sempre più diffusi: violenza, razzismo, un egoismo di massa dilagante, una “disumanizzazione” delle relazioni interpersonali. Tutto questo produce a sua volta una voglia di conservazione, di auspicio d’ordine, di paura verso la diversità e le cose che non conosciamo.
La base materiale di tutto questo sta nel carattere sempre più diseguale e competitivo del modello di produzione capitalistico, nella crescente alienazione di una prestazione lavorativa che attraverso la precarietà non offre più una identità basata sul lavoro e la professione, così come nega una identità sociale. La crisi accentua tutto questo perché impoverisce sul piano materiale la gente, mentre lo smantellamento liberista dello stato sociale toglie alle nuove generazioni la fiducia nell’avvenire e nelle altre certezze che erano date per acquisite e definitive.
La rivoluzione digitale, così come la rivoluzione industriale che l’ha preceduta, da fattore di potenziale emancipazione del lavoro dalla fatica e dalla ripetitività si è rovesciata nel contrario: la precarietà della condizione lavorativa trascina con sé la precarietà dell’esistenza, la difficoltà a definire una propria identità, non solo sociale e collettiva, ma anche individuale.

 

Il pericolo della guerra globale

Quando parlo di incertezza e di paura, tutti andiamo con la mente al peso che hanno ormai nella vita anche delle nostre città della metropoli, e non più solo nella periferia dell’impero, le bestiali azioni dei fascisti religiosi islamisti che conducono la loro guerra asimmetrica su scala mondiale. Non sta ora a noi il compito di indagare e disquisire sui legami internazionali tra le potenze imperialiste, compresi i paesi europei, e le dinamiche hanno generato la comparsa di questo fenomeno su scala mondiale. A noi basta sapere per l’intanto, che esso è sorto e si è sviluppato a partire dall’idea folle che i governanti degli Stati uniti hanno avuto, spalleggiati purtroppo dai governi europei, di rimettere in discussione, una volta crollata l’Unione sovietica, gli assetti determinati da due guerre mondiali e dal processo di decolonizzazione, pensando di potere fare il bello e il cattivo tempo.
La politica bellicista degli Stati uniti, accentuata dalla vittoria dell’estrema destra populista nelle ultime presidenziali, ci consegna oggi pericolosi focolai di guerra non solo nel Vicino e Medio Oriente, ma anche in Asia, in Africa, in America Latina e – cosa sempre sottovalutata – qui in Europa – ai confini con la Russia. C’è bisogno di una nuova attenzione del movimento operaio sui temi della guerra e della pace, perché se è vero che nella società imperialista le guerre sono inevitabili, è altrettanto vero che la mobilitazione popolare, la vigilanza, corrette relazioni internazionali possono evitare ogni singola guerra. La mancanza di mobilitazione pacifista, la disattenzione su questi temi uniti alla incertezza delle persone che per definirsi hanno bisogno di identificare un nemico, possono portare ad un crescente, inconsapevole sostegno popolare alle politiche aggressive e belliciste.
I governi italiani a partire dalla prima guerra del Golfo hanno via via accentuato la partecipazione italiana alle sconsiderate iniziative di guerra della NATO, fino all’intervento diretto in Libia e ormai insieme alla Europa unita, al di là della retorica, condividono pesanti responsabilità nel degenerare della situazione internazionale.
Come sindacato, come CGIL, su queste tematiche, dopo la salutare autocritica sul Social Forum di Genova e la partecipazione al Forum sociale europeo che si tenne a Firenze e poi via via, a tutti gli appuntamenti mondiali ed europei del Social forum, poco abbiamo fatto per promuovere un nuovo movimento della pace. Noi stessi, che pure aderimmo come area organizzata al primo Forum sociale mondiale di Porto Alegre e che fummo tra i protagonisti del Social forum di Genova, in questi anni abbiamo via via condiviso l’atteggiamento di passività e di distrazione.
Nel contempo, dobbiamo far vivere l’internazionalismo sostenendo attivamente sul piano della mobilitazione i popoli e i paesi che all’imperialismo resistono e si ribellano. In queste ore il mio pensiero va ai popoli di Siria e Iraq coinvolti loro malgrado in una guerra atroce, ai combattenti kurdi che rappresentano una speranza di pace in un lago di sangue con il loro modello di società democratica e partecipativa, al popolo yemenita vittima di una guerra di aggressione da parte dell’Arabia saudita, al popolo colombiano che cerca faticosamente la via della pace, e a quello eroico del Venezuela che persegue una originale strada verso il socialismo.
L’uscita dell’Italia dall’Alleanza atlantica, il rifiuto di concedere il territorio italiano come portaerei di attacco nel Mediterraneo, l’approdo dell’Italia ad una politica basata sulla non ingerenza e la coesistenza pacifica, una critica radicale dell’Unione europea e del ruolo che essa ha assunto nello scacchiere internazionale, su tutto questo il movimento sindacale deve di nuovo tornare ad essere vigile parte attiva.


Il liberismo contro il lavoro

La crisi generale, sembra superata. Ma la crisi congiunturale permane in larga parte del continente europeo, favorita dall’inesorabile abbassamento del tasso di crescita dell’economia capitalistica nel suo insieme anche nei punti alti (come in Cina e India).
La ricetta neoliberista è anteriore alla crisi. Anzi, vive aumentando la disoccupazione e precarizzando la condizione lavorativa e sulla redistribuzione della ricchezza, tanto in termini di salario diretto che indiretto (le prestazioni dello stato sociale), ha aggravato i fattori di crisi in tutti i paesi capitalistici più avanzati dell’Europa.
La comunità europea, i circoli della finanza internazionale, il sistema bancario insistono su questa ricetta che da al mercato ogni possibilità distruggendo il sistema di regole di temperamento della voracità insaziabile del capitale introdotte in oltre due secoli di storia grazie alle lotte del movimento operaio. Il Trattato di Maastricht e le regole che la Trojka hanno stabilito in tutti i paesi per affrontare la crisi hanno determinato le conseguenze che sono sotto i nostri occhi.
I governi italiani, con totale adesione sul piano delle macropolitiche, e con alcune resistenze alle loro conseguenze nelle politiche del lavoro e sociali durante i due governi Prodi, hanno portato avanti le politiche neoliberiste di privatizzazione delle aziende pubbliche e di Stato, di liberalizzazione del mercato, di riduzione e dello stato sociale e di deregolazione del lavoro.
La riforma Fornero, la lenzuolata delle liberalizzazioni, il pareggio di bilancio in Costituzione, l’art. 8 della Legge Sacconi, il Decreto lavoro di Renzi: in pochi provvedimenti l’essenza di una politica articolata contro il lavoro, contro i diritti a favore del mercato e del capitale.

 

La CGIL come argine alle politiche liberiste

Per lunghi anni, il movimento sindacale, CGIL compresa, è rimasto indietro sul terreno dell’analisi, ma prima ancora del contrasto. Soltanto il movimento dei base dei lavoratori e la loro espressione sindacale organizzata, prima con Democrazia consiliare, poi con Essere sindacato fino ad Alternativa sindacale, di cui noi rappresentiamo gli eredi, ma anche gli epigoni, ha opposto una resistenza organizzata, dovendo in primo luogo conquistare il “diritto di cittadinanza” dentro l’organizzazione. Il movimento sindacale in Italia e in Europa non ha saputo cogliere le trasformazioni e ove le ha colte si è reso connivente della lettura che il liberismo ne dava, ragionando in termini di compatibilità e illudendosi di governare i cambiamenti senza fare i conti con la modifica dei rapporti di forza tra le classi sociali che questi cambiamenti comportavano. L’abolizione della scala mobile, il pacchetto Treu, la riforma previdenziale del Governo Dini sono parte della memoria storica. Quando la CGIL nel 2003 ha corretto il tiro, è iniziata una fase di resistenza, con momenti esaltanti, ma anche di isolamento politico e sociale, di difficoltà nella contrattazione collettiva e nella tutela individuale. Una fase nella quale tuttora siamo.
Mi limito a dire che sarebbe inaccettabile se la CGIL continuasse a traccheggiare su questioni decisive.
La raccolta delle firme per i referendum sul lavoro e la Carta dei diritti segnano uno spartiacque: al centro non ci sono le compatibilità macroeconomiche (che pure non vanno ignorate), ma i diritti della gente che lavora. E torna la centralità del lavoro, come pilastro delle libertà e dei doveri sanciti nella Costituzione repubblicana. Cittadini in quanto lavoratori. La precarietà dunque, non come male necessario e contingente o come risultanza della nuova organizzazione del lavoro, ma come negazione di un principio di libertà e uguaglianza. Da questo la CGIL non può recedere.
La CGIL pur nella consapevolezza della difficoltà oggettiva che deriva dall’indebolimento delle basi materiali della organizzazione sindacale di resistenza, nata intorno al lavoro organizzato e organizzabile nei posti di lavoro con una dimensione tayloristica o intorno a professionalità specifiche e identificabili, non può recedere dalla funzione di sindacato generale.
Per questo, deve parlare a tutto il mondo del lavoro, senza distinzioni, tenendo conto che oggi anche la stragrande maggioranza dei lavoratori autonomi di nuova generazione sono dipendenti costretti ad accettare rapporti di lavoro formalmente autonomi e che la massa dei lavoratori precari vive una condizione di estraneità rispetto ad una struttura sindacale costruita sui delegati di luogo di lavoro.
Per questo ci sono battaglie di valore strategico – a prescindere dall’esito immediato – penso a quella sulle pensioni, a quella sulla Carta dei diritti, a quella sulla legge sulla rappresentanza, campagne che possono tradursi in obiettivi tattici immediati, ma che danno il senso di una lotta comune tra categorie, tra uomini e donne, tra generazioni. Come è stato dalla fine della guerra agli anni ‘60 per il Piano del lavoro, o la lotta contro le gabbie salariali e per lo Statuto dei lavoratori negli anni ‘70 e dopo per la lotta per le riforme di struttura.
Ho detto che siamo sulla difensiva. Teniamolo presente. La questione centrale oggi è difendere il contratto collettivo nazionale di lavoro come strumento di regolazione dei rapporti tra padroni e lavoratori e garantire la tutela di ogni lavoratore nel contenzioso anche individuale.
Una categoria in mezzo
al guado

La nostra è una riunione categoriale. Sabato il compagno Botti, nel concludere i lavori del nostro seminario ci darà indicazione e risposte sulla linea confederale. Vorrei, qui ed ora, soffermarmi sulle questioni specifiche di categoria, sulle quali torneranno nella giornata di domani le comunicazioni di Loredana Sasia e Mario Cuomo.

La FILCAMS ha alle spalle una robusta elaborazione sul terreno dei diritti e della linea rivendicativa che ha trovato modo di essere largamente socializzata in iniziative larghe rivolte al quadro attivo e che è condivisa in modo pressoché unanime. Ma questa ricchezza si scontra con una difficoltà crescente di tenuta sul piano contrattuale.
La FILCAMS conosce le difficoltà di settori in crisi (per la crisi del modello della grande distribuzione organizzata e il crollo della domanda interna, della crisi industriale per il settore commerciale legato alla produzione, alla edilizia, ecc. per la politica di spending review che ha tagliato appalti tra gli altri) con alcune eccezioni nel terziario avanzato e nei gruppi multinazionali legati a settori in ripresa e quindi conosciamo una difficoltà concreta tanto sul piano della rivendicazione salariale, che soprattutto su quella del contrasto dell’assalto ai diritti su orari, flessibilità, malattia da parte padronale. Altre categorie hanno un margine contrattuale maggiore legato all’incidenza del costo del lavoro sula determinazione del valore dei prodotti o alla professionalità oppure hanno fatto la scelta della via più semplice, con accordi contrattuali costi quel che costi che non hanno niente a che fare con quanto scritto nei propri documenti.
La FILCAMS-CGIL in questo senso è in mezzo al guado. La linea sindacale, il programma d’azione e la prassi contrattuale e organizzativa dovranno essere oggetto anche di una specifica riflessione.
Qui entra in gioco Lavoro Società, come aggregazione collettiva di compagne e compagni che vengono dalla esperienza consolidata di un’area sindacale programmatica che è stata per anni il motore propulsivo di una critica e di un rinnovamento della CGIL.


Le politiche di inclusione, asse strategico delle politiche rivendicative della FILCAMS-CGIL

L’identità della FILCAMS CGIL si costruisce intorno alla idea-forza della inclusione. Anche in questi giorni ci siamo tornati con tre iniziative nazionali di respiro, nel Nord, nel Centro e nel Mezzogiorno (convocate opportunamente dal punto di vista politico, “inopportunamente” dal punto di vista organizzativo perché a ridosso di questo seminario, tenendo conto che a novembre i permessi sindacali son quasi esauriti!). Domani il compagno Cuomo ci fornirà un primo assaggio, sul rapporto tra le politiche inclusive e l’economia digitale.
Abbiamo svolto in forma seminariale una sessione della nostra Assemblea Generale, a Torino nel novembre del 2016, che ha segnato un importante livello di partecipazione ed elaborazione. Ad un anno di distanza possiamo esaminare la distanza tra le idee, le aspirazioni, le buone prassi, i sentimenti che quel seminario ha suscitato e organizzato in forma programmatica e le scelte quotidiane che tutti noi facciamo nella contrattazione, nelle vertenze, nell’assistenza.
L’aspetto più rilevante è il divario crescente fra l’impianto strategico e la prassi quotidiana. Di questo divario e di come rimuoverlo dobbiamo discutere.
La politica di inclusione vuol dire che la contrattazione collettiva nazionale deve riguardare tutti i lavoratori: diretti e indiretti, dipendenti e sedicenti autonomi. In alcuni settori “marginali” – pensiamo agli studi professionali – con qualche contraddizione lo stiamo facendo.
La politica contrattuale nazionale dovrebbe essere coerente con gli obiettivi unitari della carta dei diritti e con la linea generale di difesa e allargamento delle prestazioni dello Stato sociale rivolte ai lavoratori (assegno di disoccupazione, sospensioni di lavoro, previdenza) e a tutti i cittadini (assistenza sanitaria, diritto allo studio e alla formazione, sostegno al reddito) e valorizzare la prestazione lavorativa, riconoscendone la natura professionale e la qualità.
La contrattazione integrativa di secondo livello aziendale e territoriale dovrebbe riconoscere le particolarità della prestazione e ripartire tra i lavoratori – in attesa di avanzamenti generalizzati, attraverso la contrattazione nazionale, quote di produttività proprie del gruppo di riferimento. Questo secondo livello dovrebbe coinvolgere tutti i lavoratori presenti in azienda compresi i contratti a termine, gli interinali, i neoassunti, secondo un “modello inclusivo”.
Grande è la passione che mettiamo nel sottolineare quanto gli accordi confederali e prima le piattaforme unitarie si avvicinino a questo schema che ho illustrato.
Quello che balza agli occhi è che sempre più cresce – nonostante le nostre resistenze – il peso della contrattazione di secondo livello, peraltro sempre largamente inesigibile per la maggioranza dei lavoratori, e diminuisce il peso del contratto collettivo nazionale di lavoro, la cui potestà salariale è messa in discussione e che tende a diventare una cornice più che nocciolo e polpa del sistema di tutele e di diritti contrattuali. Cresce il peso del welfare contrattuale e si allarga la sfera di quello aziendale. Il rischio che corriamo è che per la stragrande maggioranza dei lavoratori il CCNL cessi di essere un punto di riferimento, una certezza, un punto di partenza nel riconoscimento del valore del lavoro e della professionalità.
La contrattazione avviene ormai nella sostanza in modo difforme da come la immaginiamo e la descriviamo nei documenti: alla piattaforma rivendicativa sindacale, si contrappone una piattaforma rivendicativa padronale non scritta che rimette in discussione, articolo 8 della Legge Sacconi alla mano, la legislazione di tutela, chiedendo deroghe alle rigidità di legge su apprendistato, part time, contratti a termine, esternalizzazioni. che cerca di legare il salario aziendale a condizioni di variabilità legate alla produttività o al risultato di ogni singolo anno ed erogabile sotto forma di cosiddetto “welfare” aziendale.
Non è mia intenzione assolvere noi e la FILCAMS dalla incapacità di rovesciare questa situazione. Questa capacità sta interamente nelle nostre mani e nella capacità di mobilitare i lavoratori, ma dobbiamo aver chiaro che che la contrattazione – che per noi era e resta la strada maestra per affermare il rispetto e conquistare nuovi diritti e tutele – non è sufficiente a dare garanzie ai lavoratori. Due sono le condizioni necessarie: una non è nella nostra disponibilità, ed è la ripresa di un ciclo economico positivo che tuttavia la politica dovrebbe sollecitare e promuovere specie a livello di consumi, l’altro è la riconquista di un quadro legislativo favorevole alla causa del lavoro.
Non dobbiamo temere – non significa badate bene che sia una prospettiva positiva o per la quale lavorare! – di diventare un sindacato di agitazione sui temi generali e di battaglie aziendali e categoriali nella prassi quotidiana. Questo siamo stati dal 1945 alle fine degli anni ‘60, questo possiamo tornare ad essere se non si modifica il quadro politico generale, come avvenne nella seconda metà degli anni ‘60.
Loredana Sasia ci offrirà un quadro di sintesi della contrattazione fino ad oggi. Sarà una analisi delle difficoltà e delle problematiche aperte. Sono certo che non nasconderà nessuna difficoltà, e tuttavia anche che sottolineerà qualsiasi elemento positivo e incoraggiante che possa emergere.
La discussione che seguirà – sono disponibile se voi lo vorrete a proseguirla in sede territoriale nelle settimane a venire, perché una sede seminariale si presta più alla acquisizione di elementi di analisi, di valutazione e di riflessione che ad una discussione “operativa” – ci permetterà di acquisire le opinioni dei compagni.


Buone regole per la contrattazione

Qualcuno di voi ricorderà che qualche mese fa ho scritto su ‘reds’ – il nostro foglio di coordinamento - un “decalogo” (che in realtà è un “ennalogo”) del corretto comportamento di un sindacalista su posizioni sindacali di classe nella contrattazione. Mi hanno detto che è efficace e ve lo richiamo alla memoria:
1. Il sindacato deve privilegiare la difesa del contratto collettivo di lavoro e delle sue norme valide per tutti i lavoratori.
2. Un accordo aziendale che preveda deroghe o consenta all’azienda di scegliere quale contratto applicare, si ritorce contro tutti i lavoratori delle aziende del settore, a partire da quelle concorrenti.
3. Gli accordi contrattuali vanno sottoposti a voto certificato tra tutti i lavoratori. La partecipazione deve essere libera e non obbligatoria. Un accordo deve essere sottoscritto sempre da una rappresentanza che rappresenti almeno il 50%+ 1 degli organizzati.
4. Gli accordi che prevedano licenziamenti non si mettono ai voti. Non è corretto far decidere ai lavoratori la sorte dei loro colleghi alla lotteria del licenziamento. Tanto più se si accettano licenziamenti collettivi secondo i criteri di legge e non sull’esclusivo principio della non opposizione.
5. Quando in una vertenza sindacale si vince, tutto va bene. I risultati vanno “messi in cascina” utilizzando la forza acquisita per far crescere il consenso organizzato, le adesioni e la rappresentanza sindacale aziendale.
6. Quando si perde comunque ci sarà un indebolimento e un discredito del sindacato a tutto vantaggio del padrone. Lì si misura la capacità delle avanguardie di trarre lezione e gestire la sconfitta.
7. Ci sono momenti in cui, alla fine di una vertenza, si può scegliere solo tra la testimonianza e la resa: in quei casi è preferibile - per l’organizzazione - la soluzione che consente il permanere della struttura organizzata - che è un valore in sé. Questa soluzione non è facile da individuare e dipende da ogni singolo caso.
8. I demagoghi che contrabbandano rese e sconfitte per vittorie fanno un cattivo servizio al sindacato e ai lavoratori. Anche quelli che criticano e promettono soluzioni impossibili sono demagoghi.
9. I dirigenti sindacali devono trarne le conseguenze qualora le loro decisioni fossero bocciate dalla maggioranza dei lavoratori.

Decaloghi a parte, il nostro lavoro non si esaurisce nella contrattazione. Anzi la contrattazione non deve diventare un feticcio! Non è vero che un sindacato è tale soltanto se contratta. La contrattazione può diventare la legittimazione burocratica di fronte alla controparte, ma può rappresentare una sconfitta per i lavoratori, se i contenuti di quella contrattazione vanno contro l’interesse dei lavoratori. Contrattare la merda non è buona contrattazione! L’idea che contrattare è tutto e il contenuto è secondario risponde ad una concezione burocratica, corporativa e collaborazionista del sindacato. CISL e UIL sono stati questo in passato e la CISL purtroppo a questo sta tornando, ma non è mai stata la cultura e la storia della CGIL, nemmeno quella riformista e moderata di Lama, Pizzinato, Trentin e del primo Cofferati.


Sui diritti non si contratta!

Il nostro impegno è fatto anche della tutela dei lavoratori, nel lavoro. Non parlo soltanto dell’attività vertenziale individuale o dell’assistenza ai lavoratori, parlo della capacità di far applicare e rispettare le norme di legge e contrattuali.
Per farlo – i compagni della Lombardia su questo ed altri possono parlare in qualità di “maestri di esempio positivo” – bisogna affrontare le questioni in una logica conflittuale. Sui diritti non si contratta, se ne esige l’applicazione! A partire da questo, se si è costruita la massa critica necessaria tra le lavoratrici e i lavoratori, si muove sul piano rivendicativo generalizzando l’esperienza.
Al contrario, e lo dico per esperienza diretta, avendo la responsabilità della sigla di un accordo di “emersione” dal lavoro nero costruito a tavolino e sulle deroghe - quello siglato a luglio del 2016 con l’ANAD per gli addetti alla distribuzione porta a porta di materiale pubblicitario - la predispozione a regolare per via pattizia le incongruità o le difficoltà di definire la prestazione lavorativa possono portare ad esiti involontari e con danni collaterali non preventivati.
Questa del lavoro sindacale minimo e puntuale è il terreno sul quale la CGIL ha aperto varchi alle azioni di sigle sindacali concorrenti, perché il lavoro minuto, di natura rivendicativa e conflittuale, è quanto di più estraneo esista da una modalità burocratica e istituzionale di lavoro sindacale che rappresenta, il burocratismo, il grande male che affligge una grande organizzazione come la nostra, male inevitabile se non viene combattuto attivando gli anticorpi che possediamo.
Ritorno così nel ragionamento, come nel gioco dell’oca, al punto di partenza.


L’umiltà di rimettersi in gioco

Voi sapete che ho cara una espressione e me l’avrete sentita ripetere più volte: bisogna essere rossi ed esperti. Essere esperti è una qualità che si costruisce con lo studio e l’esperienza, ma l’essere rossi è una qualità che bisogna avere prima e che non bisogna smarrire mai.
Essere rossi vuol dire avere essere ribelli verso lo stato di cose esistente, ribelli verso la sfruttamento e la prevaricazione, solidali verso i propri fratelli e sorelle di classe, animati dalla fiducia che le cose possano cambiare, irriducibilmente ottimisti sul successo della nostra buona causa.
Essere rossi vuol dire anche essere umili, essere disposti a rimettersi in discussione, ma anche esser orgogliosi perché il nostro, parlo per i sindacalisti di professione, non è un “lavoro”, ma una missione laica e per le delegate i delegati un fardello che si ripaga solo con l’orgoglio di camminare a testa altra di fronte al padrone, senza bisogno – come avrebbe Di Vittorio – di fare inchini di sussiego o di togliersi il cappello!

Grazie e buon lavoro.


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